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AUREA MEDIOCRITAS

 


Come dire che la virtù sta nel mezzo. Parole sante quelle di Orazio, che non è un funambolico centravanti brasileiro ma il sommo poeta dell’antichità. Il campionato granata passa in effetti agli archivi all’insegna della misurata moderazione, come testimonia palesemente una graduatoria finale che colloca Amaranti e compagni all’esatta metà del guado, in una posizione baricentrica fra testa e coda che più simmetrica non si può. D’accordo nel riconoscere che è poca roba in termini assoluti ma è altrettanto innegabile che alla luce delle tante, troppe vicissitudini attraversate in questa stagione il risultato conseguito deve essere considerato ampiamente positivo.

Di fatto, una tranquilla salvezza, che alla vigilia appariva come il traguardo minimo vitale e imprescindibile, con l’andare del tempo si è materializzata come la meta massima praticabile, in ragione dei limiti propri e delle virtù altrui. Oltre non poteva legittimamente andare un gruppo concepito male all’inizio, dal momento che la mozione degli affetti (leggi il ricorso all’usato sicuro, presunta panacea contro il tempo tiranno) ha pagato solo in parte (a dimostrarlo, su tutti, i casi di Marolda e Orlandi, autentici flop dell’anno) e corretto peggio ancora in corso d’opera (Noviello, Innocenti e Mancini semplicemente non pervenuti).  Come era ampiamente prevedibile, un peso notevole a livello psicologico l’ha poi esercitato l’handicap di partenza, un effetto frenante che ha condizionato a lungo teste e gambe, prima di dissolversi definitivamente alle soglie della primavera. In ogni caso, la lunga marcia di attraversamento di un campionato atipico come questa maratona di quaranta partite che ci lasciamo alle spalle non è stata di certo contrassegnata dalla noia, fra allenatori dimissionari e dimissionati, avvento di nuovi profeti del football, buriane atmosferiche degne di altre latitudini, invasioni barbariche (ci mancava pure che i perugini celebrassero la promozione al  ‘Mancini’),  feste galattiche senza che vi fosse nulla da festeggiare e pesanti  cadute di stile. Già, perché licenziare un allenatore come Baldassarri che, pragmatico e senza fronzoli, stava guidando alla  permanenza fra gli eletti una squadra stanca e acciaccata ha rappresentato un vistoso neo per una dirigenza che peraltro va solo elogiata per quanto ha fatto, sta facendo e sicuramente farà in avvenire. Un futuro che nasce all’insegna di Zeman, capace di dissipare lo scetticismo generale dando in poche settimane una precisa impronta tattica e mentale alla formazione, e che va pianificato sin da subito, consegnando al boemo gli uomini giusti per il calcio che predica.  Sperando che la concezione di divertimento che tutti vanno sbandierando come nuova frontiera del pallone coincida con la nostra vecchia, cara, confessabilissima  aspirazione domenicale, che non barattiamo con nessun altra.  Quella di tornare a casa spesso e volentieri con i tre punti in saccoccia. E al diavolo le fisime dei teorici dell’estetica che sovente si traducono nel godimento degli avversari. Meritato boomerang contro i venditori di fumo.

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